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Psicologia e mente

Perché saboto il mio successo quando tutto va bene?

Jamie Walsh
Clinical Psychologist
Aggiornato
9 min di lettura

Hai ottenuto la promozione e, nel giro di poche settimane, hai litigato con il tuo responsabile per una sciocchezza. La relazione ha iniziato a sembrarti davvero sicura e hai trovato un motivo per prendere le distanze. Il piano finalmente funzionava, ma hai smesso in silenzio di seguirlo. In nessuno di questi casi eri obbligato ad agire così. Le cose andavano bene, eppure una parte di te è intervenuta lo stesso: non per difenderti da una minaccia, ma proprio contro il risultato positivo.

Tutto questo genera un tipo particolare di confusione, diverso dalla normale delusione. Un fallimento dovuto alla sfortuna o a una difficoltà reale ha contorni abbastanza chiari. Questo, invece, no. Non c'è un colpevole esterno da indicare né un errore evidente da cui imparare: resta soltanto la scomoda consapevolezza che avevi qualcosa di buono e che poi, in modo discreto e quasi intenzionale, non l'hai più avuto.

È soprattutto il momento in cui accade a meritare attenzione, perché rende questo schema così destabilizzante. Il meccanismo alla base dell'evitamento autoprotettivo compare in molte forme di comportamento autodistruttivo, ma l'autosabotaggio in generale comprende diversi meccanismi. Questa versione specifica, cioè compromettere qualcosa proprio quando comincia a funzionare, ha una spiegazione ben documentata e non significa che, in fondo, tu voglia fallire.

Una persona si tira silenziosamente indietro dopo aver ricevuto una buona notizia sul telefono

Perché mi autosaboto proprio quando le cose vanno bene?

Perché il successo, quando non coincide con l'idea che hai di te, crea un disagio psicologico ben preciso. Annullare quel successo è spesso il modo più rapido per alleviarlo, anche se quasi mai è quello più sano.

Questo fenomeno è direttamente collegato alla teoria dell'autoverifica, secondo cui siamo motivati a ricevere conferme della nostra immagine di noi stessi, anche quando è negativa. Fallimento e mediocrità possono fare male, ma almeno risultano familiari e prevedibili se è questa la storia che ti racconti da tempo. Un successo autentico e inaspettato non si inserisce in quella storia: spesso è proprio l'incoerenza, non il successo, a innescare la ritirata.

Il problema non è il successo. È la distanza tra quel successo e ciò che hai sempre creduto di te.

Che ruolo ha la dissonanza cognitiva nell'autosabotaggio?

Un ruolo enorme: è probabilmente la chiave più chiara per comprendere questo schema. La dissonanza cognitiva, concetto introdotto dallo psicologo Leon Festinger e tra i fenomeni più solidamente confermati dalla psicologia sociale, descrive il disagio che nasce quando una convinzione e una nuova realtà non coincidono, insieme alla forte spinta interiore a risolvere il conflitto in un modo o nell'altro.

Applicato a questo caso: se da tempo pensi «Non sono il tipo di persona a cui le cose vanno bene» e poi qualcosa funziona davvero, ti ritrovi con due informazioni contraddittorie. Secondo la teoria della dissonanza, il conflitto può risolversi in due direzioni: l'immagine di te si aggiorna per accogliere la nuova prova, un processo lento e impegnativo, oppure la nuova prova viene svalutata, compromessa o persino annullata, eliminando il disagio molto più rapidamente.

Da questo punto di vista, annullare il successo è la strada che richiede meno resistenza. Non è autosabotaggio nel senso di desiderare il fallimento: è la mente che sceglie la via più rapida per recuperare coerenza interiore, perché modificare una convinzione radicata su di sé è davvero più difficile che far svanire un successo recente.

Le ricerche originali di Festinger mostrarono che le persone possono spingersi molto lontano pur di ridurre la dissonanza, spesso senza rendersi conto di cosa stiano facendo o del perché. La soluzione tende ad arrivare in silenzio e viene razionalizzata dopo, anziché essere vissuta come una scelta deliberata. Anche per questo è così difficile riconoscere lo schema mentre si manifesta: litigare, prendere le distanze o abbandonare gradualmente un piano sembrano, sul momento, reazioni ragionevoli a tutt'altro. In realtà, spesso sono il tentativo della mente di ripristinare un equilibrio familiare.

Una persona osserva con disagio le prove concrete di un successo per cui ha lavorato a lungo

Un nuovo successo crea anche qualcosa di nuovo da perdere?

Sì, e questo aggiunge una seconda pressione, indipendente dalla dissonanza cognitiva. L'avversione alla perdita, fenomeno ben documentato dagli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky, indica che una perdita tende a fare molto più male di quanto un guadagno equivalente faccia piacere. Considerando questo meccanismo, un nuovo successo non rappresenta soltanto un vantaggio: comporta anche un nuovo rischio di perdita futura.

Una promozione rende più rovinosa un'eventuale caduta. Una relazione che diventa più profonda comporta maggiore vulnerabilità se finisce. Avvicinarti a un obiettivo significa provare più delusione se ora i progressi si fermano rispetto a quando non erano mai iniziati. A causa dell'avversione alla perdita, il dolore previsto per la possibile scomparsa di ciò che hai ottenuto può pesare psicologicamente più del piacere di possederlo nel presente. Nasce così un incentivo reale, anche se spesso inconscio, a tornare in una posizione in cui c'è meno in gioco, prima che aumenti ciò che potresti perdere.

Questo meccanismo agisce insieme alla dissonanza, non in alternativa. Entrambi spingono nella stessa direzione: lontano da una condizione nuova, sconosciuta e più rischiosa, e di nuovo verso qualcosa di familiare. Potrebbe essere anche per questo che, una volta attivato, lo schema sembra tanto persistente.

Questo comportamento assume spesso una forma riconoscibile: abbassare preventivamente la posta in gioco, prima che siano le circostanze a decidere. Chiudere una buona relazione prima che possa finire alle sue condizioni. Ridurre l'impegno in un progetto prima che il risultato sia certo. Ogni mossa scambia una perdita più piccola, scelta adesso, con la protezione da una perdita più grande e involontaria in futuro.

Il «problema del limite superiore» esiste davvero in psicologia?

Non come termine proveniente da studi sottoposti a revisione paritaria. Nasce nella divulgazione sulla crescita personale, non da una tradizione di ricerca empirica. È importante chiarire questa distinzione, perché molte persone che cercano informazioni sull'argomento hanno già incontrato questa espressione.

Questo non significa che l'esperienza descritta sia immaginaria. Il fenomeno, cioè l'apparente soglia oltre la quale una persona non si permette di provare successo o felicità senza fare un passo indietro, corrisponde abbastanza bene ai meccanismi già illustrati: la dissonanza cognitiva risolta a favore della vecchia immagine di sé e l'avversione alla perdita, che fa apparire i nuovi risultati più rischiosi da conservare che piacevoli da vivere. L'etichetta popolare dà un nome a qualcosa di reale, ma la spiegazione sottostante proviene da ricerche con basi scientifiche molto più solide rispetto al termine stesso.

La distinzione conta sul piano pratico, non soltanto per essere precisi. Un «limite» vago e inspiegabile sembra misterioso e quasi immutabile: qualcosa che si ha oppure no. La dissonanza cognitiva e l'avversione alla perdita, invece, sono meccanismi specifici e ben studiati, capaci di cambiare nel tempo insieme all'immagine di sé e al peso emotivo attribuito a una possibile perdita. Sul meccanismo si può lavorare molto più facilmente che sul mito costruito attorno ad esso.

Come smettere di sabotare il proprio successo?

Occorre permettere consapevolmente alle nuove prove di aggiornare la vecchia immagine di sé, invece di lasciare che quest'ultima prevalga automaticamente. È un processo più lento e meno spettacolare di quanto possa sembrare, perché la strada che richiede meno resistenza alla mente conduce nella direzione opposta.

In pratica, significa accorgerti del momento preciso in cui il successo comincia a metterti a disagio: quando senti il bisogno di sminuirlo, attribuirlo ad altro o prenderne le distanze. Invece di assecondare subito quell'impulso, puoi considerarlo un'informazione. Se attribuisci un risultato interamente alla fortuna, lo minimizzi immediatamente parlando con qualcuno o prendi una decisione che ne interrompe silenziosamente lo slancio, vale la pena fermarti anziché trattarlo come una reazione normale. Quella pausa è spesso l'unica vera occasione per interrompere lo schema prima che la soluzione abituale, cioè annullare il successo, si attivi da sola.

Questo schema emerge con particolare chiarezza in un ambito molto comune: l'autosabotaggio durante il dimagrimento. Invertire i progressi proprio quando diventano visibili è una delle manifestazioni più frequenti di questo meccanismo: le nuove prove del cambiamento entrano in conflitto con una vecchia immagine di sé, più familiare.

Cosa ricordare sull'autosabotaggio del successo

Sabotare il tuo successo non dimostra che, in segreto, tu non lo voglia. Significa che quel risultato è arrivato più rapidamente di quanto la tua immagine di te riuscisse ad assorbirlo senza disagio, così la mente ha scelto la via più veloce per risolvere l'incoerenza. Riconoscere nella distanza tra successo e immagine di sé, anziché nel successo stesso, la vera fonte del disagio può aiutarti, la prossima volta, a restare un po' più a lungo accanto a ciò che di buono hai ottenuto.

Questa consapevolezza tende a crescere gradualmente, non ad arrivare tutta insieme. Ogni volta che resti un po' più a lungo con un successo e noti l'impulso a ritirarti senza assecondarlo, riduci leggermente la distanza tra la vecchia immagine di te e la nuova realtà. Finché, a un certo punto, quella realtà diventa semplicemente vera, e non più qualcosa che devi sforzarti di non respingere.

Una persona porta avanti serenamente un progetto di successo invece di prendere le distanze dai progressi raggiunti
Domande frequenti
Perché mi autosaboto proprio quando le cose vanno bene?

Un successo che non coincide con l'immagine che hai di te crea disagio psicologico, e annullarlo è spesso il modo più rapido per alleviarlo. È l'incoerenza, non il successo in sé, a provocare la ritirata.

Che cosa c'entra la dissonanza cognitiva con l'autosabotaggio?

Quando una convinzione e la nuova realtà entrano in conflitto, la dissonanza può risolversi in due modi: aggiornando lentamente l'immagine di sé oppure svalutando rapidamente le nuove prove. Annullare un successo è la via più veloce e meno impegnativa per ritrovare coerenza.

Avere successo significa anche avere qualcosa di nuovo da perdere?

Sì. A causa dell'avversione alla perdita, perdere qualcosa fa più male di quanto ottenere un vantaggio equivalente faccia piacere. Un nuovo successo comporta quindi anche un nuovo rischio di perdita, che può spingerti inconsciamente a ritirarti prima che la posta in gioco aumenti.

Il «problema del limite superiore» è un vero concetto psicologico?

Non è un concetto nato da studi sottoposti a revisione paritaria, ma dalla divulgazione sulla crescita personale. L'esperienza che descrive, però, è riconducibile a meccanismi reali e ben studiati: la dissonanza cognitiva e l'avversione alla perdita, sui quali è possibile lavorare più concretamente rispetto all'idea vaga di un «limite».

Che cosa posso fare per smettere di sabotare il mio successo?

Permetti consapevolmente alle nuove prove di modificare la vecchia immagine che hai di te, invece di lasciare che prevalga automaticamente. Nota il momento preciso in cui il successo ti mette a disagio, per esempio quando senti il bisogno di sminuirlo o attribuirlo ad altro, e considera quell'impulso un'informazione anziché assecondarlo subito.

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