Non era una brutta relazione. Ed è proprio questa la parte più difficile da spiegare, dopo. Le cose andavano bene, davvero bene, e poi è scoppiato un litigio per qualcosa che un mese prima non avrebbe avuto alcuna importanza. Oppure è comparso un muro senza un motivo chiaro, o si è creata distanza proprio dove stava crescendo l’intimità. Ripensandoci, non c’è una causa esterna evidente. Rimane solo la spiacevole sensazione che sia stata una parte di te a provocare tutto questo, intenzionalmente o quasi, rovinando qualcosa che desideravi davvero.
In generale, l’autosabotaggio serve a proteggere l’immagine di sé e la coerenza psicologica, anche quando il prezzo da pagare è perdere ciò che desideri consapevolmente. È lo stesso meccanismo di fondo che ritroviamo nella procrastinazione, nell’evitamento e nei comportamenti che compromettono il successo. Le relazioni sono uno degli ambiti in cui emerge più chiaramente, perché poche esperienze mettono alla prova l’idea che hai di te quanto essere conosciuto davvero e intimamente da un’altra persona.

Come si manifesta l’autosabotaggio nelle relazioni?
Si manifesta attraverso comportamenti che creano distanza o conflitto proprio quando l’intimità sta aumentando. Non si presenta come una decisione evidente e deliberata di chiudere la relazione, ma come una serie di piccoli gesti che, accumulandosi, portano allo stesso risultato.
John Gottman, ricercatore di coppia noto per decenni di osservazioni e per alcuni degli studi più citati del settore, ha individuato una serie di comportamenti chiamati i Quattro Cavalieri. Quando diventano la risposta abituale di una coppia ai conflitti, sono forti indicatori di una possibile rottura:
- Critica. Attaccare il carattere del partner invece di parlare di un comportamento specifico: “Pensi sempre e solo a te” al posto di una lamentela precisa su un episodio concreto.
- Disprezzo. Comunicare con superiorità, sarcasmo o derisione. Nelle ricerche di Gottman è il più forte indicatore di una relazione destinata a non durare.
- Atteggiamento difensivo. Reagire a un problema contrattaccando o assumendo il ruolo della vittima, invece di ascoltare ciò che l’altra persona sta cercando di dire.
- Ostruzionismo. Chiudersi emotivamente e ritirarsi del tutto dall’interazione, rifiutando ogni confronto.
Questi comportamenti non servono a diagnosticare una relazione specifica. Offrono piuttosto un vocabolario, ben documentato, per riconoscere l’autosabotaggio mentre sta avvenendo, anziché comprenderlo soltanto a posteriori.
Perché ci autosabotiamo proprio quando la relazione va bene?
Perché una relazione che funziona davvero comporta una maggiore esposizione emotiva, non una minore. Più ti esponi, maggiore è ciò che rischi se le tue paure di fondo sull’essere conosciuto davvero dovessero rivelarsi fondate. Una relazione già distante o insoddisfacente mette alla prova ben poco, perché la vulnerabilità in gioco è limitata. Una relazione davvero intima, invece, mette in discussione tutto ciò che una persona crede, consapevolmente o meno, sul proprio valore e sulla possibilità di essere amata.
Questo fenomeno è legato alla teoria dell’autoverifica, approfondita altrove in questa raccolta. Le persone sono motivate a cercare conferme dell’immagine che hanno di sé, anche quando è negativa, perché la conferma appare più stabile e prevedibile di un’alternativa sconosciuta. Se la narrazione interiore di una persona comprende un’idea come “Non sono il tipo di persona per cui gli altri restano”, un partner presente e costante entra in aperto contrasto con quella convinzione. E questo tipo di incoerenza, per quanto dolorosi possano essere i comportamenti che ne derivano, tende a essere risolto.
Questo aiuta a spiegare uno schema che molte persone riconoscono, ma raramente sanno definire: quando finisce una buona relazione, alla tristezza può affiancarsi un senso di sollievo. Quel sollievo non significa che, in segreto, non volessi la relazione. Indica che la tensione fra due realtà contrastanti, un’esperienza positiva e una narrazione interiore molto meno positiva, si è finalmente sciolta, anche se a caro prezzo.
Una relazione che va bene può sembrare la prova che una convinzione coltivata per molto tempo sia sbagliata. Una parte della mente vive questa prova come destabilizzante, anziché considerarla soltanto una buona notizia.

L’autosabotaggio è legato allo stile di attaccamento?
Sì, strettamente. Lo stesso meccanismo di fondo spiega i due schemi principali, anche se in superficie sembrano opposti. L’attaccamento ansioso tende a generare una rincorsa sempre più intensa e una continua ricerca di rassicurazioni man mano che cresce l’intimità. Se portato all’estremo, questo schema può creare proprio la stanchezza o la distanza che la persona ansiosa temeva, trasformando la paura in una profezia che si autoavvera. L’attaccamento evitante, invece, tende a provocare il ritiro proprio quando aumenta l’intimità, come protezione da una vicinanza percepita come pericolosa anche quando è sinceramente desiderata.
Entrambi gli schemi possono essere interpretati come forme di autosabotaggio filtrate attraverso uno specifico stile di attaccamento. Lo schema ansioso cerca di proteggere da un abbandono previsto, finendo però per renderlo più probabile; quello evitante protegge dal timore di essere invasi o soffocati, impedendo la vicinanza che potrebbe smentirlo. Considerando ciò da cui cercano di proteggersi, nessuno dei due comportamenti è irrazionale. Quando la paura sottostante diventa visibile, il comportamento acquista un senso, anche se ostacola l’obiettivo dichiarato.
Questa prospettiva è utile perché riconduce entrambi gli schemi a un unico meccanismo condiviso, invece di trattare i comportamenti ansiosi ed evitanti come personalità opposte. Sono entrambe strategie di autoprotezione contro lo stesso rischio di fondo, cioè essere feriti da una persona importante, ma percorrono strade diverse. Questa radice comune spiega in parte perché partner ansiosi ed evitanti si attraggano così spesso: il comportamento protettivo di ciascuno attiva con grande efficacia le paure dell’altro, intrappolando entrambi in un circolo vizioso che nessuno ha scelto consapevolmente.
Cosa spiega la teoria dell’autoverifica nelle relazioni?
Secondo questa teoria, spesso le persone agiscono senza esserne pienamente consapevoli in modi che riportano la relazione al livello di intimità e al tipo di trattamento compatibili con l’immagine che hanno di sé, anche quando il partner sta offrendo qualcosa di migliore rispetto a quel riferimento interiore. Può significare iniziare un litigio dopo un momento particolarmente tenero, sminuire o respingere l’affetto del partner oppure provare una sospettosità inspiegabile proprio quando tutto procede bene.
La teoria sostiene che ciò avvenga perché l’incoerenza tra l’immagine di sé e l’esperienza vissuta è davvero scomoda, indipendentemente dal fatto che l’esperienza sia oggettivamente positiva. Chi ha una bassa autostima può trovare il calore costante del partner difficile da comprendere o persino poco credibile. Non perché non lo desideri, ma perché non corrisponde al modello interiore utilizzato, magari per anni, per prevedere come andranno le relazioni.
Cosa significa mettere alla prova il partner?
Mettere alla prova il partner indica uno schema, spesso inconsapevole e documentato dagli studi sull’attaccamento, in cui una persona crea un piccolo rischio per la relazione allo scopo di ricevere rassicurazioni sull’impegno dell’altro. Può iniziare un conflitto di poco conto per vedere se il partner resta coinvolto, allontanarsi per capire se verrà cercata oppure esprimere dubbi per scoprire se riceverà rassicurazioni o se l’altro si ritirerà.
Chi mette alla prova il partner tende a non rendersene conto: interiormente, il comportamento viene percepito come una domanda legittima, non come una manovra. Al partner, invece, appare spesso confuso o persino ostile, perché di solito non riesce a vedere il bisogno di rassicurazione nascosto dietro ciò che accade in superficie.
La tendenza a evitare proprio i momenti più vulnerabili e legati alla propria identità si applica direttamente alle relazioni. Una conversazione difficile, delle scuse sincere o l’espressione autentica di un bisogno sono spesso i momenti più evitati proprio perché comportano la maggiore esposizione emotiva, non perché siano meno importanti.
Come smettere di autosabotare una relazione?
Il primo passo è riconoscere lo schema mentre si sta attivando, anziché comprenderlo soltanto dopo. Nel momento in cui avviene, infatti, l’autosabotaggio relazionale viene raramente vissuto come tale. Di solito sembra una reazione ragionevole a qualcosa che il partner ha fatto. Per questo è difficile interromperlo senza prima riuscire a dare un nome a ciò che si nasconde sotto il disaccordo superficiale.
Oltre alla consapevolezza, vale lo stesso principio della teoria dell’autoverifica: accogliere e registrare un trattamento davvero positivo, invece di sminuirlo subito o metterlo alla prova per scoprirne i limiti, permette di aggiornare gradualmente il modello interiore con cui valuti la relazione. È un percorso lento e discontinuo, non una questione che si risolve con una sola conversazione. Inoltre, diventa molto più semplice con un partner che comprende ciò che sta accadendo, anziché con qualcuno costretto a indovinare il significato di conflitti o distanze improvvise.
Cosa ricordare sull’autosabotaggio di coppia
Sabotare una relazione che funziona davvero non dimostra che quella relazione fosse sbagliata o che tu non desideri l’intimità. Spesso dimostra che la vicinanza ha raggiunto un punto al quale l’immagine interiore che hai di te non è ancora arrivata. L’attrito che ne deriva è un vecchio schema protettivo che fa ciò che ha imparato a fare. Dare un nome a quello schema, invece di concentrarsi soltanto sul litigio o sulla distanza che ha prodotto, è in genere il punto di partenza più utile.
Quando questo fenomeno emerge, entrambe le persone meritano un po’ di pazienza. Chi si allontana o inizia un litigio raramente vuole ferire l’altro in modo consapevole. Allo stesso tempo, il partner che subisce il comportamento sta reagendo a qualcosa che, visto dall’esterno, non ha alcun senso e non può scorgere la logica protettiva nascosta sotto la superficie. Rendere visibile quella logica, anche in modo imperfetto, tende ad aiutare la relazione molto più del semplice tentativo di impegnarsi di più per correggere il comportamento apparente.

Come si manifesta l’autosabotaggio nelle relazioni?
Si manifesta attraverso comportamenti che creano distanza o conflitto proprio quando aumenta l’intimità. I Quattro Cavalieri di Gottman — critica, disprezzo, atteggiamento difensivo e ostruzionismo — descrivono le forme visibili di questo schema quando diventano la risposta abituale della coppia ai conflitti.
Perché mi autosaboto proprio quando la relazione va bene?
Una relazione che funziona davvero comporta una maggiore esposizione emotiva e mette alla prova ciò che credi sul tuo valore personale. Una relazione distante, invece, mette in gioco poca vulnerabilità e quindi attiva meno facilmente queste paure.
L’autosabotaggio nelle relazioni dipende dallo stile di attaccamento?
È strettamente collegato. L’attaccamento ansioso porta a una rincorsa sempre più intensa, che può creare proprio la distanza temuta. L’attaccamento evitante provoca invece il ritiro quando cresce l’intimità. Entrambi sono strategie di autoprotezione contro lo stesso rischio di fondo, ma seguono strade diverse.
Cosa significa mettere alla prova il partner in psicologia?
Significa creare, spesso inconsapevolmente, un piccolo rischio per ottenere rassicurazioni sull’impegno del partner: iniziare un litigio, allontanarsi per vedere se l’altro ti cerca o esprimere dubbi per osservarne la reazione. Dall’interno sembra una domanda legittima, ma al partner può apparire confuso o ostile.
Come si può smettere di autosabotare una relazione?
È utile riconoscere lo schema mentre si sta attivando, non soltanto a posteriori, e imparare ad accogliere i comportamenti positivi del partner senza sminuirli o metterli subito alla prova. È un percorso lento e discontinuo, più facile accanto a un partner che comprende ciò che sta accadendo.
